Articolo 18, eccolo di nuovo. Dai tempi del secondo governo Berlusconi (2001-2006) l’opinione pubblica si divide e i sindacati danno battaglia su quest’unico articolo. Ma questo singolo articolo dello Statuto dei Lavoratori (1970), che rende pressoché impossibili da licenziare i lavoratori delle aziende con più di 15 dipendenti, è solo un tassello di un mosaico più esteso. La legislazione sul lavoro, in Italia, è una delle più rigide d’Europa. Ed è alla base degli alti tassi di disoccupazione nel nostro Paese. Nella primavera del 2012, la riforma Monti-Fornero aveva tentato di affrontare il problema, a partire proprio dall’articolo 18. Ne era nata una riforma molto prudente, che cambiava poco, ma almeno scalfiva il tabù sindacale della sua intoccabilità, permettendo di riaprire il dibattito. In questi giorni, il premier Matteo Renzi ha riportato questo punto ai primi posti della sua agenda e puntualmente ha dovuto affrontare il fuoco di fila dei suoi rivali di sinistra all’interno del suo stesso partito. E la battaglia con i sindacati è appena incominciata …

Due anni fa, ai tempi della riforma Monti-Fornero, La Bussola Quotidiana aveva intervistato Roberto Corno, consulente del lavoro, esperto di ricerca e selezione del personale. Due anni e mezzo dopo, con la proposta del Jobs Act di Matteo Renzi ormai sul tavolo, La Nuova Bussola Quotidiana torna da Roberto Corno, per chiedere cosa sia cambiato da allora. Intanto un dato è peggiorato in modo sensibile: allora la disoccupazione giovanile era del 30%. Ieri ha invece battuto un nuovo record: 44,2%.

Roberto Corno, con una situazione dei giovani così tragica, è tempo di misure d’emergenza?
Sicuramente la disoccupazione giovanile è un problema, ma andrebbe ridimensionato. Non interessa tutti i settori, è a macchia di leopardo. Spesso questa cifra è usata in modo strumentale. I dati statistici dell’Istat riguardano i giovani dai 15 ai 24 anni che, nella maggior parte dei casi, sono impegnati nell’attività di studio a tempo pieno e non cercano lavoro. In realtà quelli attivamente alla ricerca di occupazione sono una minoranza. Il problema peggiore, semmai, è la disoccupazione degli adulti, specie quelli con famiglia e quelli che hanno superato un’età appetibile per l’offerta di impiego.

Come giudica l’attuale riforma dell’articolo 18?
Positivamente, in linea di principio. È importante soprattutto culturalmente. L’articolo 18 riguarda meno della metà della popolazione lavorativa attiva e, anche al riparo dell’articolo 18, l’imprenditore può già licenziare. Cambierà poco, nella pratica. Ciò che cambia realmente è un totem culturale: il vecchio concetto secondo cui il posto di lavoro è attualmente considerato come una proprietà pressoché inalienabile del lavoratore. Dimenticando che il posto di lavoro è creato da un imprenditore. La riforma è dunque un primo passo verso una nuova mentalità, secondo cui il lavoro resta sicuramente un diritto, ma non una proprietà esclusiva e inalienabile del lavoratore.

La riforma prevede una maggior libertà di de-mansionamento del lavoratore. Questo non è un incentivo al mobbing?
No. Sono consulente di lavoro da esattamente 20 anni e non mi è mai capitato di vedere questa realtà. Non ho mai visto casi di de-mansionamento deciso per esercitare un mobbing contro un lavoratore. Il dibattito vero, semmai, si incentra sul definire cosa siano le mansioni. Ormai parliamo da decenni di organizzazione liquida, di internazionalizzazione ed è sempre più difficile inquadrare il lavoratore in rigide mansioni previste da contratti collettivi. La legislazione attuale, scritta quando c’erano grandi aziende in cui ognuno aveva una sua mansione immutabile, permette a chiunque di usare questo grimaldello per creare contenziosi, oppure viene usata pretestuosamente all’interno di conflitti organizzativi e anche personali. Superare i concetti di “mansioni

L’importante è cambiare la cultura del lavoro.

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